Emilio Solfrizzi

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La Gazzetta del Mezzogiorno – 27 febbraio

I protagonisti raccontano le emozioni. La vita? Una tempesta di colori

ENRICA SIMONETTI

È un film sull’amore ma non troppo. Un film sui desideri, ma anche sui sogni. Parla della vita, ma soprattutto del modo di prenderla con allegria. Un film sull’amicizia, sulla piacevolezza del leggere libri e pure sulla possibilità di cambiare e di cambiarsi. Insomma, l’ultimo lavoro di Silvio Soldini, Agata e la tempesta, è la summa di tanti aspetti dell’animo umano, delle piccole e grandi “tempeste” interiori che ci accompagnano, ci segnano.

Girato a Genova nelle settimane “bollenti” dell’ondata di caldo della scorsa estate, il film scivola poi sui paesaggi verdi delle Valli di Comacchio e del Ravennate, tra trote e galline. “Ma di barese, molto barese, c’è qualcosa: il fatto che l’architetto eredita lo studio e la professione dal padre!”, scherza Emilio Solfrizzi, protagonista nel ruolo di Gustavo, l’architetto per nascita che all’improvviso scopre il “colore” della vita. E barese come lui è pure la sceneggiatrice, Doriana Leondeff, che ha scritto il film con Soldini. Con loro, ieri, alla “Gazzetta”, abbiamo parlato del film – visto in anteprima al cinema Odeon di Bari – cercando di trovare il filo comune delle riflessioni che la pellicola ispira.

Sul punto, sono d’accordo tutti i partecipanti al dibattito: ci sono Maria Laterza, che rappresenta il mondo dei libri; Pino Guario, psicologo e appassionato di cinema; Angela Molinari, voce storica delle radio pugliesi e attualmente a “Radionorba”. C’è chi raccoglie la dimensione intimistica della pellicola, chi sottolinea l’importanza del colore, chi è colpito dal messaggio “positivista”, dopo fiumi di film caratterizzati dal dramma dei rapporti umani.

Qui, invece, in Agata e la tempesta, la leggerezza del vivere – intesa in senso positivo – è tutt’uno con la presa di coscienza e la ricerca di se stessi. “Soldini insiste sulla ricerca dell’identità , tema già affrontato in altri suoi film – dice Pino Guario – che qui viene trattato con grande leggerezza, una giostra della libertà e della semplicità “. Raffinato nello stile, curato nel lavoro senza sbavature degli attori, il film esplora le vite diverse di persone diverse che finiscono per incontrarsi e scoprirsi fratelli, sorelle, amici. La libraia Agata, interpretata da Licia Maglietta, è la donna delle tempeste interiori, tempeste che all’esterno si manifestano con una serie di scosse elettriche, capaci di fulminare le lampadine, mandare in tilt i tostapane e persino l’illuminazione stradale. Mentre Gustavo-Solfrizzi si lascia alle spalle una vita grigia proprio quando incontra gli altri personaggi: un uomo che vive all’insegna della libertà ; una donna costretta sulla sedia a rotelle ma decisamente felice di vivere; un mondo “libero” dal grigiore, un orizzonte in cui i sogni si possono avverare. “Sì, è forte nel film il desiderio di non appiattirsi sulla vita che ci troviamo addosso”, sottolinea decisa la sceneggiatrice Leondeff.

Molta parte hanno nel film i libri. Primo, perché Agata ha realizzato un sogno di molti e cioè quello di aprirsi una piccola libreria e godere della lettura propria e altrui: “Ma ho notato anche che nel film i libri sono il simbolo della comunicazione e trovo questa idea fantastica”, dice Maria Laterza. Come accade nella vita, un libro a volte ci permette di parlare con una persona sconosciuta: ebbene, Soldini fa del mondo della lettura il terreno in cui domina la “contaminazione” tra i personaggi diversissimi del film, il contatto tra storie e realtà . Ed ecco che tornano i ricordi di Ivanhoe, ecco che un non-lettore comincia a leggere un capolavoro come Il grande Gasby; ecco Madame Bovary, Stupori e tremori o Nan è . Ecco I dolori del giovane Werther, ossia del giovane amante della libraia, un uomo di cui una donna bella e matura come Agata s’innamora come una bambina, in modo da sentirsi completamente trasportata.

Il trasporto, il vivere e il non lasciarsi vivere sono i tre messaggi di una pellicola talmente ricca di spunti da riuscire difficilmente a contenerli tutti. Una pellicola fatta anche di personaggi “alla Almodovar”, tra donne di una “strana” bellezza-bruttezza, tra abiti frutto di esagerata creatività .

Il colore: altro punto-chiave della sceneggiatura. “L’evoluzione dei colori spiega l’andamento del film – fa notare Angela Molinari – e l’eplosione delle tinte corre parallelamente all’esplosione dei personaggi, alla loro capacità di reinventarsi”. “Una capacità – aggiunge Maria Laterza – di trovare la dimensione della felicità “. E in Agata e la tempesta il miracolo della comunicazione si compie: “Anche nei confronti del mondo dell’handicap il film ci porta un messaggio interessante – fa notare ancora Maria Laterza – quello di un atteggiamento positivo e vitale”. Solfrizzi confessa di essersi commosso nel girare una di queste scene, quando gli uomini restano fermi e a muoversi è la dolcissima moglie che non ha più l’uso delle gambe.

Dettagli di psicologia, che si gustano come se fossero nati casualmente, tra un gruppo di amici (e non di attori, tanta è la naturalità che pervade il film) con un background diverso, persone che all’improvviso s’incontrano attorno ad una “palude”. Un laghetto in cui le singole vite finiscono per specchiarsi: “E’ il gioco dello specchio, ognuno di noi tende a rispecchiarsi in qualcuno”, aggiunge Pino Guario. E cos’è lo specchio, se non il simbolo della voglia di cercarci?

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